Archeologia Subacquea

(da uno scritto dell’illustre archeologo professor Amedeo Maiuri)

Trentanni fa l’archeologia napoletana potè registrare un avvenimento eccezionale. Si dragava il piccolo porto di Baia che, a quel tempo, oltre ai velieri che vi ormeggiavano per il carico della pozzolana. serviva anche per l’attracco dei battelli della linea per Procida e Ischia. Ma i fondali erano bassi e gli approdi rischiosi le carte dell’Ammiraglio segnavano secche sommerse dal limo; occorreva una draga e una benna robusta per rimuovere dal fondo quelle secche.

Incominciato il lavoro e calata in acqua la benna per addentare e divellere, si vide che in luogo di secche e di scogli, venivano tra le mascelle della secchia brandelli di fabbrica, pezzi di pavimenti a mosaico. frustuli di marmo e qualche membro dilacerato di Statua. Era il lido di Baia che risommava dal fondo delle acque. L’archeologia italiana fu colta di sorpresa dal dragaggio delle acque di Baia.

Eppure qualche anno prima vi era stata ripescata una bella testa di Amazzone alla quale la lacerazione dell’arpione da presa aveva aggiunto una nota più dolente all’amara piega delle labbra, e due stupende repliche di una statua femminile di tipo fidiaco opera di due artisti neoattici che avevano inciso nelle pieghe del panneggio le loro firme in caratteri greci. Nonostante quel violento lavoro di dragaggio dello specchio d’acqua antistante il molo e le banchine di Baia, la messe ricuperata fu ingente: pezzi d’architettura in colonne, capitelli, trabeazioni, tutti di arte imperiale del periodo adrianeo e antoniniano e di così considerevole mole da far supporre che appartenessero a edifici non troppo inferiori per grandiosità a quelli superstiti lungo la ripa, e plutei ad altorilievo di bell’arte decorativa, sculture che per il soggetto e per l’esecuzione rivelano un gusto di selezione e non una banale e dozzinale ostentazione di lusso. Le sculture rimaste immerse nel fonde melmoso vennero tratte alla superficie senza traccia di usura e di corrosione con le sole mutilazioni causate dalla caduta o dallo Strappo della benna. Sorte meno fortunata toccò invece a quelle rimaste a lungo a fior d’acqua lambite dal mare: i litografi hanno esercitato su quelle sculture il loro mestiere di avidi divoratori e roditori del marmo come sulle colonne del Tempio di Serapide a Pozzuoli.

Nelle acque di Baia, sacre al culto di Venere, non poteva mancare Eros; oltre a un bel gruppo di Eros e Psiche, un torso di Erote di squisita modellatura riemerse un giorno dal fondo, si da evocare la gentile favola d’Amore nata dalla letteratura umanistica napoletana. L’esplorazione subaquea di Baia non è impresa d’isolati sportivi, Non si tratta del ricupero di qualche anfora coperta da belle incrostazioni di molluschi o di un frammento di scultura e magari d’una statua, ma dell’esplorazione di un intero quartiere sommerso che dall’attuale linea del molo si spinge per oltre 120-150 metri entro la rada per una profondità variabile dai 3 ai 10 metri. Lo specchio di acqua è compreso fra la Punta d’Epitaffio con le sue ancora possenti costruzioni d’una villa marittima sprofondate nel mare, e il promontorio del Castello dove sorgeva un tempo la Villa di Cesare e il pretorio imperiale con il suo porto e le Sue installazioni marittime: un limite netto è segnato, lungo la costa, dall’antica via litoranea che conduceva da Baia a Pozzuoli, la via Herculanea lungo la quale Ercole avrebbe condotto le mandre di buoi reduce dal suo favoloso viaggio in Iboria: il nastro scuro della pavimentazione stradale si può scorgere ancora con acque calme e chiare a oltre 6-8 metri di profondità. Le maggiori difficoltà della ricognizione e dei ricuperi si debbono alla natura del fondo marino, formato non da sabbie provenienti dal disfacimento di terreni calcarei, ma dallo spappolamento del terreno pozzolanico delle colline di Baia e dal suo ritorno allo stato fangoso, cosicchè il minimo movimento solleva il fondo limaccioso e intorbida le acque.

Baia è sommersa dal bradisismo in terra e in mare. Anche entro terra le sue grandi sale e le ampie piscine che raccoglievano le sorgenti termali e i vapori caldi scaturenti dal sottosuolo, sono anch’esse sprofondate lentamente fino a ostruire la bocca di quelle acque e di quei vapori. Oggi quelle sale e quelle piscine appaiono interrate fino al sommo dei nicchioni e degli archi che si ornavano di grandi sculture e vi si cammina all’asciutto, mentre alcune belle stampe dei primi anni dell’800 ci mostrano la più grandiosa di quelle sale, il Tempio di Mercurio, con le nicchie ancora scoperte a metà altezza e l’interno invaso dalle acque. sicché un servizievole Cicerone prestava le sue robuste spalle per il traghetto da una parte all’altra della sala: un masso di fabbrica, precipitato dalla volta, faceva da pietra di guado.

Oggi 20-30 centimetri al più coprono il primo affiorare del terreno torboso e acqueso, mentre il piano originario del pavimento si trova a non meno di 6-8 metri di profondità. Lo scavo pertanto richiede mezzi idonei quali lo scavo d’un bacino lacustre colmato da un’alluvione e quali ha richieste lo scavo della Terma suburbana d’Ercolano, dove s’è dovuto superare il duplice ostacolo del fango pietrificato e dell’acqua ricoprente per 3 metri il pavimento. Erano sale e piscine che costituivano la parte essenziale e più nobile delle terme baiane. unendo alla grandiosa architettura la sontuosa decorazione di stucchi, mosaici e sculture.

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